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(18) Insomma, la poesia, ancora una volta, ha una funzione salvifica.

Potrà essere utile a questo punto leggere cosa scrive Stefano Agosti, fedele esegeta di Zanzotto, in margine al poemetto Gli Sguardi i Fatti e Senhal, mostrando una significativa tangenza con quanto si sta qui dibattendo: la fenomenologia del detrito...caratterizza l’altro versante del poema: e cioè la fenomenologia del "residuo", del "detrito" (di cui fa parte lo stesso dialetto), in una parola la fenomenologia dell’assunzione al senso di ciò che normalmente viene rimosso dalla rappresentazione simbolica; non solo, ma inversamente, anche la fenomenologia del massimo valore di senso […] condensato nel valore minimo o nel non-valore: espresso dal non valore (19) Invertito il segno, l’intero senso è mutato.

Occorre una precisazione: dalle IX Ecloghe in poi il linguaggio, come si sa, subisce una inusitata espansione, e al cedimento delle strutture tradizionali della sintassi e della versificazione corrisponde un magmatico sovrapporsi di lingue specialistiche e voci contrastanti.

Persiste un trattamento prezioso della parola, ma il vocabolario si dilata enormemente.

Naturalmente tale incubo, la sensazione incancellabile dello spossessamento e della frantumazione patita dalla lingua alienata, mercificata della modernità, viene avvertito anche dal poeta di Soligo, che reagisce attraverso una compensazione frenetica: si pensi alla ricerca di autenticità nel petèl, nel nativo dialetto solighese, nel balbettìo, nell’estensione abusiva di uno statuto verbo-nominale anche a prefissi, suffissi, desinenze, interiezioni e onomatopee, al citazionismo, e soprattutto all’esplosione di ideogrammi, che raggiunge il suo apice proprio tra Pasque e il Galateo.

La poesia di Zanzotto è sempre più "isterica": la sintassi si liquefa, e lascia il posto a una cascata di significanti in serie, aggregati gli uni agli altri da maggiori o minori densità foniche.

Anche il moto di Zanzotto, almeno per una parte della nsua opera, è un autentico interrarsi alla ricerca del sacro.

D’altro canto il vomito, evidente sintomo isterico, non potrà non ricollegarsi a «quegli oscuri linguaggi totalmente somatici, assai vicini a quelli dell’isteria» che accompagnano, secondo Zanzotto, il soggetto colto dall’incubo di un «vuoto di lingua».

E in esso trova posto anche il tema del "residuo", declinato in direzione scatologica in particolar modo nella raccolta Pasque, del 1973, dove le due immagini-simbolo ricorrenti sono, appunto, lo sterco e l’uovo.

In proposito, Stefano Del Bianco annota: "In Pasque giocano un ruolo importante le figure escrementizie, emblematiche della densità insignificante cui perviene il reale al termine del processo di assimilazione e di ogni conoscenza.

E’ il "canto delle scorie", quasi come un nuovo ruyschiano coro di mummie, che prende forma assimilando e chilificando in sé la tragedia dei morti della Grande Guerra, le silvae arcadiche, la normativa cortese del Galateo di Monsignor Della Casa, i residui dei moderni picnic turistici nel bosco, per narrare la vicenda di un io lirico alla ricerca di una nuova integrità (credibilità? Dapprima nel restauro filologico del sonetto, e con esso di una letteratura ormai impartecipabile, infine nella fusione a livello biologico con la Tellus, la terra madre.

Questa che sembra una grande opera epica, il racconto in profondità di una regione e dei segni lasciati in essa da generazioni di uomini, e che contiene molti momenti notevoli, dove si sente risuonare l’orrore della mattanza bellica, la nauseante retorica del potere, la vivacità del narrato popolare, finisce al contrario per essere un’opera lirica, che muove dal recupero in forma archeologica della Storia e approda alla liquidazione di questa, sfociando nel mito del ritorno alla Natura, mito - come ogni altro - «ideologicamente saturo» (Barthes).

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